La sempre più ampia e capillare diffusione dei robot in ambito industriale non può che condurre ad un incremento delle interazioni tra questi e l’uomo.
Ragion per cui non si può prescindere da un’analisi adeguata rispetto alle problematiche inerenti la sicurezza degli ambienti di lavoro.
I protagonisti della quarta rivoluzione industriale sono loro. I cobot o robot collaborativi che vivono in una relazione di autonomia, sicurezza e reciprocità con gli operatori umani, i quali a loro volta possono addestrarli ad eseguire operazioni più pericolose, ripetitive, alienanti.
Economicamente competitivi, di facile programmazione, leggeri e flessibili. Potranno essere loro lo strumento per il rilancio della PMI italiana in ottica 4.0?

Robotica collaborativa: la programmazione
Uno dei più grandi punti di forza
della robotica collaborativa è appunto la collaborazione tra operatore umano e robot in un ambiente comune.
All’interno di una cella robotizzata possono entrare a programmare il manipolatore solo gli addetti specializzati, con apposita chiave di sicurezza, attraverso l’utilizzo di un joystick in modalità teaching e mediante la stesura di porzioni di codice.
In questo senso, adottare un cobot dentro l’azienda consente l’abbattimento dei limiti fisici di una cella di lavoro ma anche le barriere sociali e psicologiche che sussistono nella fabbrica ad elevata automazione.

La programmazione dei robot collaborativi, rispetto a quanto avviene per la robotica tradizionale è estremamente semplificata.
Un robot può essere lasciato lavorare e se e quando l’operatore si allontana lui ripete le operazioni apprese dal suo istruttore. Il manipolatore non si può più considerare come una macchina che sostituisce l’uomo ma uno strumento che può quindi ottimizzare la qualità del lavoro e del prodotto.

Lo scopo ultimo della robotica collaborativa consiste infatti nella delega ai cobot delle operazioni noiose e ripetitive mentre l’essere umano le supervisiona, le controlla e si concentra su azioni e ruoli più creativi, ad alto valore aggiunto.
Alla luce di queste considerazioni, perché un ambiente di lavoro sia sicuro nel momento in cui implementa queste soluzioni, i cobot sono dotati di sensoristica e tecnologie moderne come laser scanner, sensori di prossimità, di forza e anche dispositivi per il riconoscimento 3D.
Non solo: sono realizzati privi di spigoli e sono strutture leggere e flessibili proprio per minimizzare i danni causati da un eventuale impatto con l’uomo. Il tutto perché si operi nel massimo rispetto della sicurezza.

La competitività economica dei cobot
Il 95% delle attività produttive italiane è una piccola o media impresa. Solo il 5% di esse ha oltre 10 dipendenti. Questo dovrebbe far riflettere sul fatto che non troppe imprese possono investire in macchine ad alta automazione, di difficile programmazione, che richiedono investimenti elevati.
Tuttavia, la competitività economica dei robot collaborativi, unita alla loro versatilità e flessibilità, può rappresentare una svolta per tutte le aziende che vogliono investire in robotica ed automazione, entrando a tutti gli effetti nella Quarta Rivoluzione Industriale.
Basti pensare che tante soluzioni di robotica collaborativa sono già implementate con successo in diverse aziende. Quindi il cobot non sarebbe da pensare come una tecnologia abilitante.

Ad oggi basterebbero dei semplici corsi di formazione per avvicinare un operaio specializzato o un perito all’utilizzo di cobot.
Sul campo invece ciò che ancora langue è la forza lavoro di laureati specializzati che siano già in grado di connettere la conoscenza di un processo produttivo con la trasmissione dei dati e il controllo di software.
Chi lo fa, ha già il futuro fra le mani.

Fonte: blog.tuttocarrellielevatori.it