Cosa non ha funzionato nel negozio senza cassieri di Amazon. L’idea di una startup italiana

Posted by Dario Favaretto

Un conto è la tecnologia. E un altro è la tecnologia che funzioni.
Se n’è accorto anche Jeff Bezos: Amazon Go, il suo supermercato senza casse, non è ancora pronto. Non riesce a gestire più di 20 persone e perde di vista i clienti che si muovono troppo in fretta.

Ma perché?
La risposta la sa solo Amazon. Ma, osservando i brevetti depositati dal gruppo, è possibile fare delle ipotesi. “È probabile che abbiano accentrato tutta l’elaborazione dei dati in un unico punto. Centinaia di sensori inviano una mole di dati incredibile ad un server che deve elaborare e dare comandi. Più utenti, più dati, più potenza di calcolo e si ottiene il collasso dell’infrastruttura”.

Ad affermarlo è Jegor Levkovskiy. È il ceo di Checkout Technologies, una startup italiana giovanissima (è operativa da gennaio) che ha lo stesso obiettivo di Amazon Go: dire addio alle file.
Uno dei punti di partenza è stato proprio lo studio dei suoi brevetti. Per far uscire i clienti senza leggere alcun codice a barre e senza applicare alcuna etichetta sui prodotti, ci vuole una quantità elevata di sensori. Ma non basta: serve qualcosa che ne elabori i rilevamenti. Amazon ha dalla sua la capacità di investimento e la tecnologia di Amazon Web Services. Ma il problema resta, perché, sottolinea Levkovskiy, “la potenza di calcolo richiesta è locale”.

Tradotto: si può avere a disposizione una tecnologia solidissima, ma occorre comunque semplificare la rilevazione dei dati di ogni punto vendita. Anche perché la capacità di elaborazione richiesta cresce in modo “non lineare”. Significa che se il numero dei sensori raddoppia, non basterà moltiplicare per due la potenza di calcolo: servirà molto di più. “Bisogna, riconosciuti gli utenti, tracciarli, capire quali prodotti prendono e quando escono. È un insieme caotico che necessita di ridurre il più possibile la complessità”.
Come?
La soluzione immaginata da Checkout Technologies non è contenere metratura o numero degli oggetti.

Cosa non ha funzionato in Amazon Go?

“La via che per noi ha funzionato meglio è la modularità”.
Cioè?
“Immaginiamo il negozio come una costruzione di tanti mattoncini. Ogni mattoncino è connesso agli altri ma ha vita propria. Così abbiamo organizzato la nostra infrastruttura. Ogni scaffale è un modulo a sé. Non abbiamo un grande server centrale ma una rete di piccoli elaboratori, interconnessi ma indipendenti”.
Osservando i brevetti di Amazon Go, il team di Checkout Technologies ha individuato un secondo problema. “Sembra che il colosso americano si basi unicamente sulle rilevazioni delle azioni dell’utente, senza tener traccia delle condizioni ambientali. Forse pensavano che i prodotti presi dallo scaffale e non acquistati venissero lasciati al loro posto. Ma non è sempre così.
Ed ecco che arriva il problema: immaginiamo che un utente prenda una bottiglia di vino e la abbandoni sullo scaffale dell’acqua minerale. Se il cliente successivo comprasse quella bottiglia, la pagherà come acqua o vino?”

La soluzione della startup italiana: tracciare i prodotti. La soluzione proposta dalla startup italiana sta in un approccio che non traccia solo il cliente ma anche il prodotto. “Questi due approcci insieme danno la possibilità di avere un’affidabilità maggiore”,  sottolinea Levkovskiy.
La società italiana, sia chiaro, non crede di avere già in mano la soluzione. Ammette che “ci vorrà ancora tempo per vedere funzionare il checkout-free”.  Ma intanto porta avanti la propria idea “a mattoncini”. Ha appena trasferito la sede dall’astigiano a Milano. Il team cresce.
Levkovskiy si occupa da anni di digitale e retail. E accanto a lui ci sono Andrea Dusi e Cristina Pozzi, i fondatori di WishDays, l’azienda venduta un anno fa per una ventina di milioni alla concorrente Smartbox Group. La startup ha assunto quattro sviluppatori e ha lanciato un aumento di capitale da un milione.
In poche settimane, afferma il ceo, ha raccolto circa 300mila euro grazie a sei investitori privati. Ha già discusso con quattro gruppi della gdo, che hanno mostrato “forte interesse”.

L’obiettivo è sviluppare il primo prototipo e testarlo in un punto vendita entro la fine del 2017. Fare previsioni su un’adozione su vasta scala è complicato. Perché, afferma Levkovskiy, “la tecnologia rompe schemi consolidati e cambia gli standard in poco tempo. Soprattutto quando c’è una forte domanda”. Nel caso della gdo, non manca di certo: secondo un rapporto di Coop il 74% dei clienti è interessato a un supermercato senza casse, senza file e che sfrutti il riconoscimento automatico.

fonte: Paolo Fiore – Agi.it

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