Cosa significa la parola “intelligenza”? Come si distinguono intelligenza artificiale e intelligenza umana? Che applicazione e spazi hanno nel tessuto aziendale? Queste sono alcune delle domande che 78PAGINE, rivista dedicata al coaching, formazione e narrazione, ha rivolto al Founder-CEO & PM di MULTI LEVEL Consulting Dario Favaretto, nella prospettiva di un logistico e conoscitore della Supply Chain e delle tecnologie ad essa applicate.

Buona lettura.

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Che cosa è l’intelligenza?

Risposta impegnativa e non nego che la questione necessiti di … intelligenza! Senza cadere nel filosofico (non è il mio campo) la identifico come la capacità di poter vedere il labirinto dall’alto, scorgendo sfaccettature di primo acchito non visibili ma necessarie al collegamento e alla risoluzione di problematiche più o meno complesse.

Agendo con intelligenza portiamo alla superficie la realtà dei fatti, le diamo una fisionomia e ciò ci permette di elevarci a un livello successivo. L’allenamento esperienziale dona valore a questa capacità, poiché non credo che si nasca intelligenti ma con delle doti da coltivare atte al supporto e allo sviluppo dell’intelligenza stessa.

Nell’immaginario collettivo spesso l’intelligenza è confusa con la cultura, ma il valore simbiotico dei due non è al contempo sostitutivo. A volte vedo la cultura come uno scimmiottare risoluzioni intelligenti altrui, capacità ragionative avute da altri, quasi una scorciatoia. Credo, invece, che vada a corredo intellettuale e debba essere usata per lo sviluppo della propria intelligenza, in una rielaborazione continuativa.

 

Che cosa è l’intelligenza artificiale?

Il traslare una capacità dell’essere vivente su di una macchina porta all’identificazione dell’artificialità. Già Turing negli anni ’50 si pose la domanda se una macchina potesse replicare il miglior asset umano: pensare. In passato il limite è stato il campo emozionale ma studi recenti e applicazioni di laboratorio, in alcuni casi già pronti per il mercato, hanno sviluppato ottimi prototipi di intelligenza artificiale emotiva.

L’interazione con il contesto, e con l’essere vivente in primis, assume nuove connotazioni e propone nuove risposte. Meno razionali in alcuni casi, meno algoritmiche ma più “sentite”. Un grande valore viene sicuramente dal machine learning, nella sua caparbietà d’apprendere le reazioni dell’interlocutore (uomo o animale) e darne feedback con tempistiche che rasentano l’immediatezza. Ma, pongo io una domanda: è sempre corretto agire umanamente?

 

Quali sono gli esempi di intelligenza artificiale con cui entriamo in contatto ogni giorno?

Spesso pensiamo che si tratti di robotica estrema, fantascienza. Invece, nella loro “semplicità”, fanno già parte del nostro quotidiano diverse applicazioni di campo.

Cito in primis gli assistenti vocali delle più note marche in commercio, che interagiscono con noi per piccoli task quali ricerche online, playlist musicali, così come per la gestione dell’intera domotica domestica. Mi viene poi da riportare il mondo dei videogiochi, ambito che mi ha molto stupito nell’evoluzione dalla mia infanzia ad oggi, dove il livello di influenza tra la gestione del giocatore umano rispetto a quello della macchina non ha nulla da invidiare a quello di un altro giocatore umano disponibile online. Tu fai qualcosa e il sistema risponde di conseguenza, seguendo spesso un sadico diktat come quello di “eliminare a tutti i costi l’avversario”. Come dimenticare poi il rapporto che, volenti o nolenti, abbiamo con le chatbot presenti all’interno della maggior parte dei siti di e-commerce, nonché nella gestione delle nostre utenze domestiche ed aziendali. Il customer service 24h si rende disponibile ad una serie infinita di risposte algoritmicamente valide rispetto ad altrettante domande esposte dall’utente, dando il più reale riscontro.

 

Quali vantaggi porta l’intelligenza artificiale?

Dal mio punto di vista può rappresentare un valido moltiplicatore, cioè per attività e scelte basiche o di media complessità, ad oggi, può supportarci nella quotidianità diventando un buon compagno di giochi (in senso ironico). Lo sviluppo dell’alta complessità è argomento più recente d’applicazione, dove però il credo comune e la filmologia spiccia portano spesso al catastrofismo e ad una distorsione anomala del fenomeno. D’altro canto, ci sono delle scelte in cui una razionalità ed una fermezza in situazioni critiche, difficilmente prevista dall’uomo, prevedono che l’IA ci venga in soccorso. Riprendo una passione di gioventù nelle letture dei primi anni ’90 di Isaac Asimov e conseguenti leggi della robotica: il robot e, nel nostro caso, la sua intelligenza, ci devono essere di supporto e aiuto, senza infrangere le tre leggi primarie. Sussistono contesti per cui l’errore umano, ed un esempio ne è la guida, concorre ad errori superiori al 90% in incidenti di diversa casistica e danno. Si stima che l’intelligenza artificiale possa impattare con la stessa percentuale del 90% a senso opposto, salvaguardando appunto il conducente e i presenti nell’abitacolo, nonché esterni.

Il desiderio di sensazionalità conduce sovente a scrivere di casi in cui la macchina sbaglia, ma non riporta tutte le circostanze in cui, invece, il driverless ha avuto successo. D’altronde, fa più rumore un albero che cade di un’intera foresta che cresce.

 

Quali sono gli svantaggi?

A mio parere il primo svantaggio sarà per l’uomo, sembra un ossimoro. Intendiamoci, avremo dei grandi benefici ma tutto ciò renderà la sfida più difficile e al contempo entusiasmante per chi vive, come molti di noi, di obiettivi migliorativi. Per le attività ad alta complessità, ove non siamo ancora pronti, e chissà se lo saremo mai, il valore è indiscutibile e permetterà di svolgere mission che, diversamente, non sarebbero possibili.

Ma per quanto concerne compiti “minimalisti”, ciò porterà a doverci innalzare indiscutibilmente per far sì che il nostro apporto al sistema si renda consono e non facilmente messo in discussione, poiché non portante a risultato. Anche qui faccio una domanda io: siamo pronti ad evolvere la nostra mente più di prima, o vogliamo che tale fenomeno ci faccia regredire, quantomeno nello status medio umano? Il tutto potrebbe portare a minor allenamento intellettuale e, quindi, dovremo trovare ulteriori se non nuovi stimoli.

 

In che modo scegliere un’intelligenza artificiale?

La scelta opportuna è ovviamente dettata dalla vera utilità e dal plusvalore che la stessa possa dare, in ambito privato, così come professionale. Non per moda ma per tangibile beneficio. Sicuramente non deve portare a “sederci”, come avanzavo in precedenza, ma deve dare un’enfasi aggiuntiva a circostanze diversamente labili.

Rappresenta la possibilità di focalizzare la nostra intelligenza (umana) verso orizzonti dalla stessa (artificiale) non raggiungibili, in un flusso bottom up in cui permetta la nostra sostituzione alla base piramidale per altresì un’elevazione umana che, spero, sarà tendente all’infinito. Ho imparato nel mio contesto professionale ed accademico che le macchine si distinguono in quattro tipi di IA:

  • Macchine reattive: analizzano il presente e di conseguenza compiono la propria azione (es. Deep Blue che sconfisse Kasparov);
  • Macchine con memoria limitata: possono basarsi sul passato tramite identificazioni di oggetti (es. auto a guida autonoma);
  • Macchine basate sulla teoria della mente: comprendono che le persone e gli esseri viventi in genere possano avere pensieri ed emozioni (es. robot di nuova generazione con applicazione militare);
  • Macchine autocoscienti: sono in grado di formare rappresentazioni di se stesse (non sussistono esempi concreti d’applicazione, ma primi test robotici di attività in un contesto non controllato);

Da ciò, la considerazione va fatta, sottolineo nuovamente, sul reale pro ottenibile rispetto all’area d’applicazione. La medesima scelta, se pur altamente innovativa ma con utilizzo nel perimetro errato, non solo può portare minori vantaggi ma in molti casi anche seri danni.

 

Nell’ambito della scelta, qual è l’elemento differenziante tra intelligenza umana e artificiale?

L’elemento differenziante resta a mio parere lo scopo d’utilizzo. Perché? A quale pro? Non dobbiamo però perderci solamente nelle domande e in un ragionamento fuori campo, ma raccogliere una serie di esigenze e considerazioni a capitolato dell’area applicativa, per comprenderne la possibilità ottimale d’utilizzo. Ci sono frangenti in cui la macchina è già dalla sua storica creazione più abile rispetto a noi.

 

Qual è la frase che ti è cara con cui vuoi chiudere questa intervista?

L’evoluzione di una specie è dettata da una serie di circostanze che ne portano a una modificazione, dettata dalla pressione di alcune condizioni e stimoli ambientali. Prima ancora che Darwiniana, come molti guru citano, è una teoria Lamarckiana. Non vorrei dessimo troppi stimoli alla robotica e pochi stimoli a noi stessi, portandoci in downgrade.

Prima di utilizzare la calcolatrice per operazioni complesse, ci hanno insegnato il ragionamento alla base della loro risoluzione. Sì, quindi, all’intelligenza artificiale per calcoli articolati ma non vorrei dimenticassimo per presunta comodità la tabellina del due.

 

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fonte: 78PAGINE