Potrebbe delinearsi un futuro terribile per i lavoratori con l’arrivo delle auto elettriche, nel momento in cui queste dovessero soppiantare del tutto quelle a combustibile fossile. Centinaia di migliaia posti di lavoro nella sola Germania sarebbero a rischio, con conseguenze sociali e politiche ancora tutte da definire. E a dirlo è lo stesso governo tedesco.

Lo riporta il quotidiano Handelsblatt, che ha letto in anteprima un report di Nationale Plattform Zukunft der mobilität (Npm) che sarà presentato al pubblico questa settimana al pubblico. Secondo lo studio ben 410mila persone impiegate nell’industria automobilistica – vale a dire circa la metà del totale – potrebbero restare disoccupate entro la fine del decennio.

Il passaggio dai motori a combustione all’elettrico è sostenuto in primis da regolamenti sempre più severi dell’Unione Europea sulle emissioni. Che saranno accompagnati, si legge sul report, “da un profondo cambiamento in termini di creazione del valore”. A questo si aggiunge una crescente mobilitazione dell’opinione pubblica sui temi ambientali, a cominciare dalle recenti manifestazioni mondiali per arginare il riscaldamento globale e costringere la politica ad agire su scala sia nazionale che sovranazionale. È sempre di questi giorni la promessa della Commissione Europea a impegnarsi con un copioso piano di investimenti strutturali nella cosiddetta “transizione verde”, in modo da rendere climate neutral il blocco Ue entro il 2050. I dettagli, certo, scarseggiano.

Ma in un’epoca in cui forti divisioni geopolitiche e le spinte populiste attraversano il Continente, la distruzione creativa apportata dal Green New Deal dev’essere accuratamente soppesata dall’opera della politica, sotto forma di piani alternativi e paracadute economici. “Se vogliamo fare in modo che la creazione del valore industriale e i posti di lavoro restino qui”, ha ammonito Jörg Hofmann, capo del potente sindacato tedesco IG Metall e parte del team di Npm, “qui deve restare la catena del valore”.

La ragione per cui le previsioni sugli EV sono così fosche è che le auto elettriche richiedono meno componentistica: circa 200 parti contro le 1.200 che – come minimo – sono richieste per le auto a combustibile. E quando una macchina richiede meno parti per funzionare, vuol dire che ci vogliono meno mansioni per produrre, mantenere e sostituire quelle stesse parti. Tutto questo, prevedibilmente, si tradurrà nel fatto che i sindacati tedeschi chiederanno alla politica nazionale ed europea più protezione nei confronti della Cina.

Anche perché il report arriva in un momento a dir poco cupo per l’industria automobilistica tedesca, che vede la sua produzione (iper-dipendente dall’export) toccare addirittura i minimi degli ultimi 23 anni. Tra le motivazioni di questo declino vanno annoverati lo scarso dinamismo del mercato interno all’Ue, la guerra commerciale tra Washington e Pechino che indebolisce il commercio mondiale e soprattutto dei costi di conversione da combustibile fossile a elettrico.

Il paradosso è che la domanda mondiale di auto tedesche è aumentata del 7,5% nel 2018 sul 2017 e del 2% nel 2019 rispetto all’anno precedente. Purtroppo il problema è che le automobili vengono fabbricate sempre meno negli stabilimenti tedeschi (dove infatti la produzione è calata del 9,3% nel 2018 e dell’8,9% nel 2019) e sempre più negli stabilimenti dei marchi tedeschi all’estero, e poi trasferite in patria. Le case tedesche hanno scelto di gettarsi a capofitto nella rivoluzione dell’elettrico, pur essendo il mercato dell’EV (electric vehicle) ancora acerbo. E così, mentre in Germania i produttori hanno difficoltà ad adeguarsi agli standard europei, le automobili tradizionali vengono importate dall’Asia.

Di fronte al Green New Deal e al passaggio all’elettrico la Germania, pur essendo avanti rispetto altri Paesi europei, si trova ancora in una fase di passaggio, che il governo ha tentato di sostenere con grossi incentivi statali. Qualche risultato sembra vedersi: è stato registrato un forte aumento della richiesta di veicoli a trazione ibrida ed elettrica, e nell’ultimo anno sono aumentate del 50% le colonnine per la ricarica delle batterie: in numeri assoluti sono oggi 24.000 i punti in cui è possibile ricaricare veicoli elettrici.

Non manca chi ha tacciato il report di Npm (un’associazione composta da esperti del settore, politici, uomini d’affari e sindacalisti) di eccessivo catastrofismo: quello della perdita di mezzo milione di lavori è uno “scenario estremo e del tutto irrealistico”, ha detto Kurt-Christian Scheel, il segretario di Verband der Automobileindustrie, l’associazione dei costruttori tedeschi. Secondo Scheel, fino al 2030 vi sarebbe una consistente produzione di veicoli elettrici e di batterie in stabilimenti tedeschi e l’import dall’estero non sarà così drammatico. A leggere il programma di protezione ambientale dell’Ue, il governo tedesco vuole mettere dai sette ai 10 milioni di veicoli elettrici su strada da qui ai prossimi dieci anni, per rispondere alle indicazioni di Bruxelles e dare corpo alle esigenze di un elettorato che ha spinto i Verdi tedeschi a sfiorare il 30% in molti lander.

I produttori, dal canto loro, si dicono pronti a raccogliere la sfida. Volkswagen ha annunciato il target di 1 milione di EV assemblati in Germania entro il 2023 e di 1,5 milioni entro il 2025. Anche Tesla fa sul serio: a novembre la società di Elon Musk ha confermato Berlino come sede della sua quarta Gigafactory, e adesso si parla di mezzo milione di veicoli prodotti all’anno una volta che l’impianto sarà a pieno regime. A dicembre, nel frattempo, la Germania è diventato il leader europeo nella diffusione di EV, superando la Norvegia per numero veicoli immatricolati nel corso del 2019.

Tuttavia le auto elettriche rappresentano meno del 2 per cento di tutte le nuove immatricolazioni in Germania: un mercato ancora ridotto in dimensioni assolute, ma in crescita e dalle conseguenze vaste sull’indotto del settore (oltre 3 milioni di lavoratori). Le case automobilistiche dovranno produrre centinaia di migliaia di veicoli a emissioni zero o incorrere nelle multe di Bruxelles, e sarà dunque loro responsabilità, ma anche dei rappresentanti dei lavoratori e della politica disegnare un sistema occupazionale in grado di attutire il colpo.

Ad esempio attenuando la perdita di posti di lavoro con piani strategici da parte delle aziende e creando centri di riqualificazione professionali su base regionale. Il ministro del Lavoro tedesco Hubertus Heil (Spd) in un’intervista ha spiegato che bisogna “puntare sulla riqualificazione per consentire ai lavoratori di oggi di avere l’opportunità di trovare impiego anche nell’industria dell’auto di domani”. Quel che è sicuro è che la transizione all’elettrico rappresenta una sfida enorme non solo per le case costruttrici e per la filiera dell’indotto, ma per la politica europea tutta, che potrà scegliere di usare il green per rilanciarsi, o per farsi seppellire dalla Storia.

fonte: Forbes